Archivio

Archivio Giugno 2005

Finisce qui

27 Giugno 2005 9 commenti

Finisce qui questa avventura, perchè tutto finisce e qualcos’altro inizia. Forse riuscirò a stare lontana da questo meraviglioso e strano mondo e da tutte le splendide persone che lo popolano.
Ho amato tutti quelli che sono passati di qua, ogniuno in maniera particolare….
Chissà, per adesso vado via, con una carezza e un bacio per tutti coloro che hanno avuto pensieri e parole per me.

Adelasia

24 Giugno 2005 2 commenti


Da venti anni Adelasia di Torres viveva nel suo castello del Goceano. Già la leggenda ve la diceva rinchiusa dal suo secondo marito, Enzio, il biondo chiomato bastardo di Federico II; ma in realtà ella vi si era ritirata dopo la partenza di lui per le guerre d’Italia.
Bello, elegante, guerriero e poeta, Enzio aveva venti anni, e venti meno di lei; e sebbene sposandola si fosse incoronato Re di Sardegna, non poteva certo starsene quieto nella piccola reggia di Ardara, dove fino a pochi anni prima i patriarcali Giudici di Torres dettavano leggi e sbrigavano gli affari di Stato seduti sotto una quercia.
Egli era dunque partito, dopo soli due anni di matrimonio, lasciando suo vicario don Michele Zanche, e presso Adelasia, forse per sorvegliarla e spiarla, una giovine camerista tedesca che egli aveva portato, con altro personale di servizio, dalla corte paterna.
Adelasia non amava questa donna, dall’aspetto maschio e dai piedi enormi; tuttavia la prese con sé nell’esilio volontario nel castello del Goceano, e le affidò la bambina, Elena, nata dalle nozze con Enzio.
Nella nuova dimora ella scelse, per abitarvi, le camere più alte, e fin dal primo giorno s’affacciò alla finestra dalla quale meglio si dominava la strada che dal castello scendeva alle terre del Goceano e si perdeva attraverso le valli del Logudoro.
Aspettava il ritorno di Enzio. E fin dal primo giorno vide alla finestra attigua la testa rossa quadrata di Gulna. Con la piccola bionda Elena fra le braccia, anche Gulna, la serva straniera, aspettava il ritorno del suo signore.
La strada, che ai piedi del colle roccioso di Burgos si restringeva quasi in un sentiero, arrampicandosi fra le pietre e i cespugli fino allo spiazzo del castello, era quasi sempre deserta: gli occhi tristi della Regina non cessavano tuttavia di fissarne le lontananze, e se qualche cavaliere vi appariva, il cuore di lei palpitava come quello di una fanciulla al suo primo convegno di amore.
Ma il cavaliere era spesso un paesano che viaggiava sul suo ronzino, o un armigero in perlustrazione.
Anche di notte, nelle chiare notti solitarie, ella si affacciava alla finestra; poi, sola nel suo grande letto vedovile, vedeva ancora la strada che ormai le pareva appartenesse alla sua stessa persona, come le vene delle sue braccia, come la treccia che le scendeva fino al cuore; la vedeva anche nel sonno, come se partisse dai suoi occhi e scendesse al mare, e attraversasse il mare, strada di desiderio e di vana speranza, fino a raggiungere il giovine sposo. E quando al mattino i lentischi e i macigni del sentiero brillavano di rugiada, a lei pareva di averli bagnati con le sue lagrime.
Un giorno finalmente un gruppo di cavalieri autentici animò la solitudine del luogo. Uno dopo l’altro salivano il sentiero: le loro vesti di velluto mettevano note di colore nel grigio e nel verde triste del paesaggio, le loro voci ne scuotevano il silenzio. Uno di essi domandò udienza alla Regina. Gulna, insolitamente pallida, si piegò fino a terra davanti a lui, poi lo condusse senz’altro dalla sua Signora.
Era il Vicario, don Michele Zanche. Giovane ancora, nero ed aquilino, egli zoppicava d’un piede, ma non nascondeva, anzi pareva esagerasse questo difetto, tanto sapeva di piacere egualmente alle donne. La fama, infatti, già lo diceva amante della madre di Enzio, Bianca Lancia, concubina dell’imperatore, e la stessa Adelasia dimostrava grande simpatia per lui.
Infatti, nel riceverlo, s’era animata e fatta bellissima.
I suoi occhi splendevano come i due diamanti del fermaglio che Enzio, il giorno delle nozze, le aveva allacciato sulla veste, fra seno e seno, per chiuderle il petto ad ogni altro amore che non fosse quello per lui. E questi occhi vedevano, nel Vicario nero che aveva il viso rapace e lo sguardo nemico, quasi un messaggero alato, biondo e bello come lo stesso Enzio: poiché notizie di Enzio egli le portava.
- Il nostro Re sta bene. Combatte da prode e nelle soste si diverte e combina canzoni d’amore. Una è giunta fino a noi, e noi l’abbiamo imparata a memoria per ripeterla alla nostra Regina. La ripeteremo dopo aver parlato degli affari del Regno.
Parlarono degli affari del Regno, che andavano molto bene, sotto il vigoroso dominio di lui, soprattutto riguardo a lui, che vendeva favori e accumulava denari per conto suo: Adelasia approvava tutto, si compiaceva di tutto, ma il suo viso impallidiva come al cadere della sera.
Poiché ella pensava che i versi d’amore del suo Enzio non erano certamente per lei, e ch’egli forse non sarebbe tornato mai più. Eppure continuava ad aspettare, e le visite del Vicario le riuscivano crudelmente gradite. Rompevano in qualche modo il suo monotono dolore, e le notizie dell’infedele Enzio, anche dopo ch’egli s’era unito ad un’altra donna, le ravvivavano il sangue.
Don Michele si divertiva a tormentarla, a vederla soffrire: un giorno però la trovò fredda e insensibile come già morta.
Anche lui, sebbene dentro si sentisse una letizia d’avvoltoio che piomba sulla preda, finse tristezza.
- Il nostro Re…
Adelasia sapeva già la notizia, portata da Gulna. Enzio era stato fatto prigioniero in battaglia e chiuso per sempre in un palazzo di Bologna.
Da venti anni la Regina viveva nel castello del Goceano, e neppure le visite di Michele Zanche la interessavano più. La figlia Elena s’era sposata e viveva lontano.
Spento ogni raggio di giovinezza intorno a lei e dentro di lei, Adelasia viveva come in un lungo crepuscolo: tuttavia si sentiva sempre meno infelice, raccogliendosi e ripiegandosi in sé come il fiore che nell’appassire si chiude intorno al suo seme.
Non usciva più dalla sua camera, inginocchiata a pregare sotto il grande azzurro della finestra, e non voleva essere servita che da Gulna.
Gulna la serviva, premurosa, sebbene in apparenza sempre dura e fredda. Non parlavano mai. Solo, una sera, Adelasia sentì il bisogno di confidarsi e raccomandarsi a lei.
Era d’autunno e già da qualche giorno la Regina provava un senso di languore e di stanchezza: non soffriva, però, anzi, sdraiata sul suo grande letto coperto di un drappo a fiori, le pareva di navigare, incorporea, in una atmosfera nuova.
I primi venti di autunno avevano purificato l’aria, e dalla finestra il cielo appariva altissimo, con solo qualche nuvola d’oro e di scarlatto che ricordava alla Regina il colore dei tulipani e dei garofani di Persia che Enzio, nei giorni delle nozze, aveva fatto venire, con altre raffinatezze delle corti di oltre mare, alla semplice reggia d’Ardara.
Ricordi. Ricordi andavano, ricordi venivano, ma tutti oramai addolciti dal distacco, galleggianti anch’essi in quell’atmosfera irreale che circondava la Regina. Gli stessi mobili, nella vasta camera già vellutata d’ombra, mutavano aspetto; specialmente le grandi arche nere scolpite che racchiudevano il corredo di lei. Su una di queste la luce della finestra stendeva una patina d’argento; e i colombi, le palme, i fiori del melagrano, il calice sacro e la croce che vi erano scolpiti, prendevano, agli occhi di Adelasia, quasi colore e movimento.
Un sorriso rischiarò anche le sembianze di lei, che avevano già la marmorea serenità della morte.
Chiamò Gulna.
Gulna, che vegliava dietro l’uscio, entrò, alta e nera, ma coi capelli rossi ancora fiammanti e gli occhi pieni di azzurro. Si piegò inchinandosi davanti al letto della Regina e attese gli ordini.
- Gulna, apri la cassa lunga, e fammi vedere il vestito di Enzio.
La donna obbedì; nel sollevare il coperchio pesante dell’arca le grandi mani le tremavano alquanto, per la prima volta; poiché per la prima volta la Regina aveva, in presenza di lei, chiamato il Re col suo dolce nome.
Un velo copriva le robe dentro la cassa: ella lo sollevò e parve che il velo stesso del tempo si aprisse per lasciar risorgere il passato.
- Gulna, avvicinati alla finestra e fammi vedere bene.
Gulna obbedì, lentamente traendo e spiegando contro luce i brani del fantasma luminoso. Erano le vesti di sposo di Enzio; e i loro colori rinnovavano nella grande camera triste quelli della festa nuziale. Dapprima fu il giustacuore di velluto in colore del giaggiolo, poi un farsetto vermiglio che pareva di donna; i calzoni di maglia di seta verdone, e il berretto dello stesso colore; i calzari a punta ricurva, lo stiletto e la cintura: infine due ali scure si aprirono sul pallore della finestra: era il lucco del giovine Re.
Adelasia chiuse gli occhi prima che la visione sparisse; sentì Gulna che rimetteva le cose a posto, le ricopriva col velo, chiudeva l’arca. Il passato tornava nella sua tomba, e adesso si spalancavano le porte del grande avvenire.
- Gulna – disse, quando la donna si fu ripiegata davanti al letto, – anche tu lo hai amato, anche tu lo hai atteso e pianto. Sei rimasta presso di me per respirare nel mio amore ancora qualche cosa di lui, ma soprattutto per obbedire a lui. Obbedisci ancora: sorveglia perché non mi si tolga dal petto il sigillo che egli vi ha fermato.
Si coprì con una mano il fermaglio; l’altra porse alla donna, che la baciò piangendo.
Seicento anni dopo i due diamanti furono trovati nella tomba di Adelasia: il corpo di lei s’era disciolto, ma il suo amore viveva ancora.

GRAZIA DELEDDA

Dicono di me

23 Giugno 2005 7 commenti


Io sono quello che dicono di me? Dubito, ne ho sempre dubitato.
Dicono che sono forte, testarda, a volte insopportabile, gentile e sicura di me. Dicono che non posso essere umana perché ho sembianze e dimensioni di bambola. Il mio prof. di matematica al liceo mi chiamava ?occhi di cerbiatto?, forse è per questo che alla fine dell?anno si ostinava a mettere quel sei sul registro, nonostante fosse chiaro ad entrambi che non lo meritassi affatto. Mio padre dice che saprei vendere il ghiaccio agli eschimesi, lasciandoli intontiti nel loro igloo. Mia madre dice che sono troppo buona e cedo sempre alle lusinghe di chi amo. Mie sorelle hanno rinunciato a fare commenti e dare giudizi sul mio carattere, come io ho rinunciato a farlo con loro, siamo sorelle, ci amiamo incondizionatamente a prescindere. Mia nonna dice che sono fragile come il cristallo e che il mio essere dura è tutta apparenza e paura.
Se chiedessero a me come sono non saprei rispondere. Forse c?è un pò di verità in ognuna delle cose che dicono di me o forse no. Di me so che ho sbagliato tante volte e continuo a farlo e nonostante tutto so anche che, dovendo ritornare indietro, rifarei tutto esattamente come l?ho fatto, perchè in fondo io sono anche i miei sbagli.

Il cielo piange mancanza

22 Giugno 2005 3 commenti


Cadono dal cielo goccie di mancanza.
Il cuore è stretto nella morsa della lontananza, soffocate voci di desideri mai sopiti.
Lascio che il tepore della notte avvolga il mio corpo e la mia mente
e attendo che arrivi acqua a dissettare radici arse dal tempo.
Tendo le braccia ed aspetto, protesa verso altri mondi.
Gli occhi si chiudono e non esisto più io,
sono mancanza, essenza, desiderio,
pioggia che cade, bicchiere che trabocca.
Abbraccio solitario che solitario forse non è.
Aspetto.

Ti vengo a cercare

21 Giugno 2005 Commenti chiusi


E ti vengo a cercare
anche solo per vederti o parlare
perché ho bisogno della tua presenza
per capire meglio la mia essenza.

Questo sentimento popolare
nasce da meccaniche divine
un rapimento mistico e sensuale
mi imprigiona a te.

Dovrei cambiare l’oggetto dei miei desideri
non accontentarmi di piccole gioie quotidiane
fare come un eremita
che rinuncia a sé.

E ti vengo a cercare
con la scusa di doverti parlare
perché mi piace ciò che pensi e che dici
perché in te vedo le mie radici.

Questo secolo oramai alla fine
saturo di parassiti senza dignità
mi spinge solo ad essere migliore
con più volontà.

Emanciparmi dall’incubo delle passioni
cercare l’Uno al di sopra del Bene e del Male
essere un’immagine divina
di questa realtà.

E ti vengo a cercare
perché sto bene con te
perché ho bisogno della tua presenza

Il profumo delle rose

20 Giugno 2005 6 commenti


Mi soffermo e accarezzo una rosa, ne sento il profumo, inebriante, avvolgente. Chiudo gli occhi e vorrei che quel profumo mi accompagnasse per tutta la vita, vorrei che diventasse parte di me che diventasse me.
Non si può possedere una rosa. Vorrei, ma non posso.
So che nel preciso istante in cui tenterei di possederla la ucciderei.
Cadono petali su di me.
Le sue spine mi pungono, ma non so rinunciare al suo profumo, alla gioia che mi da vivere quell’attimo di infinita dolcezza.

Piacevolmente

17 Giugno 2005 5 commenti


Oggi ho messo il bracciale di perle e mentre fumo una sigaretta la mia immagine è riflessa da ogni singola perla, minuscola, come fosse racchiusa dentro catturata nel breve attimo di una aspirata.

Il mio cuore è talmente pieno che potrei riversare ogni suo singolo battito in pagine e pagine di parole scritte di getto, senza stare a riflettere, semplicemente seguire quello che sento in questo momento, in questo preciso istante che odora di infinito.

E? strano il cuore dell?uomo. Capace di voli improvvisi e meravigliosi, di desideri nascosti e inconfessabili, di tanta gioia e di tanta e tale passione da superare ogni genere di previsione.

Dalla finestra entra aria d?estate e con lei qualcosa di più. Ho un tale bisogno di vivere, una tale bramosia di essere che non riesco a contenerla, racchiusa com?è in questo corpo mortale e corruttibile.

La passione divora me, piacevolmente. Sento mani invisibili su di me, respiro l?odore di qualcosa che non sono io e che inizio ad amare, piacevolmente.

Una luce

15 Giugno 2005 9 commenti


E vorrei sentirti accanto quando dormo.
Mani pazienti accarezzare i capelli, sussurro di voce sconosciuta, anime vicine fondersi, corpi sconosciuti sfiorarsi, senza mai toccarsi. Respiri lontani si fanno vicini e non sono più sola.
Può essere sogno ma non lo è.
Realtà nuova. Dono di felicità sconosciute. Corrispondenze.
E all?improvviso in sogno….una luce

Gridi, nella notte che favola vicino a te
quanti baci ho dato che non riconosco più

ridi, quel bacio forte li butta tutti giù
e vedo la neve vicino al buio
non so dove sei non so
ovunque andrò, io non lo so più
a volte mi sembra tutto un giardino di ghiaccio

guarda, quelle nuvole che scendono
nella curva della spiaggia ti ci porto io
mi guarda, un uccellino in cima alla grondaia
ma non c’è nessuno che ci separa
il mare dove sei non so
c’è il mare ma non lo so più
chi sono da dove vengo e perchè non sento freddo

stella verrà pietra brillante di sole
io sarò con te una febbre di luce

stella verrà per una grande donna laggiù
che non si sentirà più poi così sola

calda verrà una luce calda sarà
una luce forte di ghiaccio e di estasi….

mi sento battere il cuore in cima al giardino di ghiaccio….

Come vorrei …. Aria

14 Giugno 2005 2 commenti

Sai
nascono così
fiabe che vorrei
dentro tutti i sogni miei
e le racconterò
per volare in paradisi che non ho

e non è facile restare senza piu’ fate da rapire
e non è facile giocare se tu manchi

aria come è dolce nell’aria
scivolare via dalla vita mia
aria respirami il silenzio

Non mi dire addio ma solleva il mondo


portami con te
tra misteri di angeli
e sorrisi demoni
e li trasformerò
in coriandoli di luce tenera

e riuscirò sempre a fuggire dentro colori da scoprire
e riuscirò a sentire ancora quella musica

aria come è dolce nell’aria
scivolare via dalla vita mia

aria respirami il silenzio
non mi dire addio ma solleva il mondo
aria abbracciami
volerò
aria ritornerò nell’aria
che mi porta via dalla vita mia

aria mi lascerò nell’aria
aria com’è dolce nell’aria
scivolare via dalla vita mia
aria mi lascerò nell’aria

E’ inutile

10 Giugno 2005 3 commenti

E’ inutile continuare a nascondersi dietro piccoli desideri, dietro piccole domande. Se desideri cose piccole, effimere, avrai risposte piccole ed effimere. Aprire il cuore ad una domanda più grande, grande almeno quanto il desiderio di Felicità e Bellezza che, inevitabilmente, ci portiamo appresso dalla nascita. Soffocato, nascosto, atrofizzato ma presente, costantemente presente, come un tatuaggio indelebile nell’animo umano.
Spesso mi sono chiesta il perchè di questo desiderio infinito se non ci è dato avere una risposta abbastanza soddisfacente che riesca a colmare questo incredibile e indescrivile bisogno.
Sono profondamente e fermamente convinta che una risposta ci sia, che vada cercata instancabilmente e testardamente, il nulla non può e non deve vincere. Se la vita umana non ha senso allora tutto è vano, inutile. Il dolore, l’amore, la gioia, i sacrifici, gli affetti, più nulla avrebbe un senso, un valore. Non avrebbe senso vivere, non avrebbe senso la persona che dorme accanto a te la notte, non avrebbe senso il figlio che ami così profondamente e non avrebbe senso desiderare un senso per la sua vita.
Esiste una risposta, lo so. Ciò che spaventa è la fatica necessaria per cercarla, trovarla e difenderla a costo, a volte, della vita stessa.